30/05/2020
Veglia di Pentecoste - “Accendi il buio”

Sembra incredibile, eppure è straordinariamente vero: la Chiesa è nata da un soffio. Lo stesso soffio invocato e atteso durante la Veglia di Pentecoste presieduta dall'Arcivescovo Bertolone presso la Cappella “s. Giuseppe Moscati” del Policlinico Universitario "Mater Domini" di Catanzaro. Un luogo simbolo nel quale, in questi mesi di piena emergenza sanitaria, la preghiera, la speranza e la cura si sono resi più forti contro l'avanzare della pandemia di Covid-19. È stata un'esperienza forte, come ci testimoniano Caterina, Roberta e don Raffaele, che ha toccato e fatto vibrare le corde della paura e dello sconforto, ma anche del coraggio di tante figure come medici e operatori sanitari che, indossata la tuta bianca, si sono schierati in prima linea per curare e salvare le tante vite di pazienti infetti da Coronavirus. La fede e il coraggio sono state l'arma vincente in questa dura prova, nella quale si è toccata con mano ancora di più la fragilità umana. Caterina, tecnico di radiologia, con tono compito e commosso, ha raccontato della forza e della bellezza del suo lavoro che, a suo dire, ha la potenza di restituire e dare, alla branca della medicina, la vista, considerando che attraverso radiografie e Tac si diagnostica il contagio e/o la guarigione. Nonostante gli operatori sanitari siano pienamente coscienti dei rischi e degli epiloghi delle svariate situazioni, con il Covid è stato tutto nuovo, mancando i presupposti, la preparazione, e temendo di trasmettere il contagio ai cari, una volta dismessa la tuta bianca e chiusa alle spalle la porta di casa. La sua testimonianza, fonte inesauribile di saggezza, frutto di grande sensibilità, ha evidenziato quanto la paura sia fonte di coraggio, e l’anima resiste solo quando lascia intervenire la Fede, lo Spirito Santo, a sostenere e condurre.  È stata la preghiera a guidarla nel suo difficile lavoro, in particolare “con Gesù, per Gesù, a Gesù”, che le ha dato la forza di testimoniare con entusiasmo la presenza di Dio nella sua vita. Si, con entusiasmo, termine che nella sua etimologia greca indica “portare con sé Dio”, e tutto ciò è contagioso, anche più del virus. A Caterina ha fatto seguito la testimonianza, altrettanto forte, di Roberta, infermiera presso l’Ospedale Pugliese-Ciaccio di Catanzaro. Ha raccontato della stravolgente notizia che l’ha colta, come fulmine a ciel sereno, nel bel mezzo di un normale turno di lavoro in un periodo nel quale ancora si parlava di sola epidemia, non ancora di pandemia. Le è stato richiesto di lasciare il suo consueto posto per spostarsi nel reparto di malattie infettive, quello direttamente interessato dalla pandemia, per sostituire colleghi posti in quarantena. Il clima del tutto surreale, la pressione e lo stress dei protocolli, la paura del contagio, l’hanno condotta ad un crollo psicologico che le ha fatto pensare di gettare la spugna, convinta di aver, comunque, contribuito, seppur in minima parte, ad affrontare l’emergenza. Si era decisa di comunicarlo alla propria coordinatrice l’indomani. Una volta raggiunto il posto di lavoro e dopo aver indossato, forse per l’ultima volta, la tuta bianca, ha riscontrato, in sé, una nuova e sorprendente forza: del resto, ha affermato, al posto di quei pazienti potevano esserci i suoi cari, e così ha proseguito il suo servizio, nella gioia e con determinazione e coraggio, riscoprendo l’armonia di lavorare con colleghi che non si sono tirati indietro nonostante affrontassero delicate situazioni personali. Ultima toccante testimonianza è stata quella di Don Raffaele Zaffino, cappellano del Policlinico, il quale ha raccontato di sguardi, che lo hanno accompagnato durante tutto questo lungo periodo nel quale è stata bandita ogni forma di contatto umano, di poche parole, se non nulla, e di abbondanti preghiere. Cosa resta di tutto ciò? Alcune parole, divenute martellanti: quelle di Cosimo, 74 anni, affetto da Covid, che ogni qualvolta lo vedeva entrare in stanza ripeteva: “ho sete!”, come fece Gesù sulla croce, prima di emettere lo Spirito. Resta avergli dato da bere, resta il suo ricordo, dopo la sua morte. Ha ricordato le parole di Maria, 84 anni, che continuamente lo chiamava “figghiceddhu miu!”, Figlio mio!, espressione anch’essa pronunciata da Gesù in croce, in punto di morte, guardando sua madre e dicendo “ecco tuo figlio, il discepolo amato!”. Un’esperienza fatta di sguardi che manifestavano paura, che evidenziavano quanto fosse importante la vita, e quanto meriti di essere vissuta davvero fino alla fine, ed anche sguardi non dati, come quelli di Raffaele, 76 anni, cieco. La forza motrice di ogni azione esperita in questo tempo difficile, è stata lo Spirito Santo, il Paraclito, il Consolatore, l’Amato, il Sollievo, il Conforto. Don Raffaele è stato testimonianza viva di come l'arma potente dello sguardo abbia preso il sopravvento sulle tante azioni quotidiane spesso messe in panchina dalla frenesia della nostra vita ed è divenuto la penna che scrive la storia del nostro tempo: un tempo di grazia, tutto sommato. La Veglia è proseguita con una forte e intensa riflessione di Mons. Bertolone il quale ci ha invitato a conservare l’incandescente giovanile, affidandoci al prezioso aiuto dello Spirito affinché ci trasformi, ci renda umanissimi. Per essere incandescenti, per manifestare all’esterno la fiamma che arde nel nostro intimo, sempre presente, forse solo affievolita, bisogna osare, con equilibrio. “Paura di cadere… voglia di volare”, il titolo del nuovo libretto per i giovani scritto dal nostro Arcivescovo, ripreso da una nota canzone di Jovanotti. È stato scritto in questo lungo ma fruttuoso periodo di calamità sanitaria ed il testo può essere utile anche a tutti coloro che nelle comunità svolgono compiti educativi e formativi: dai docenti ai catechisti, dai genitori ai nonni. “Vuoi volare?”, ci domanda. “Fallo in modo giusto, per non cadere”, ci incinta, allora. Invita a manifestare, e conservare, sempre, lo spirito di gratitudine nei confronti di chi ha lasciato un’importante orma nella nostra vita, di chi ha avuto la forza di tenerci per mano quando stavamo imparando a volare. È stata una meravigliosa esperienza, una veglia particolarmente sentita. Una Veglia che ci ha lasciato diversi messaggi, tra cui la forte convinzione che, nello sguardo verso l'altro si scorge un valore assoluto, e scopriamo semplicemente di non essere soli, ma di essere amati. Un gioco di sguardi che attendono l'arrivo di una nuova primavera...la primavera dello Spirito.

l’equipe di Pastorale giovanile